Riscopriamo una commedia che, a distanza di 18 anni, continua a parlare al presente grazie alla forza della sua tematica sociale. Si può fare (2008, regia di Giulio Manfredonia), ambientato nei primi anni 80” all’indomani della Legge Basaglia, racconta la nascita di una cooperativa sociale come esperienza di trasformazione della fragilità in risorsa.
Nel contesto del post-1978, dopo la chiusura dei manicomi, molte persone si ritrovano improvvisamente senza una rete di protezione e inclusione. Il film si colloca in questo passaggio storico cruciale, mettendo a confronto due modelli: quello assistenziale, basato su contenimento e marginalità, e una nuova visione centrata su ascolto, lavoro e valorizzazione delle capacità individuali.
Con il linguaggio della grande commedia all’italiana, sulla scia di Monicelli, Scola e Risi, Si può fare racconta una realtà di antieroi e fragilità, dove la risata convive con la dimensione sociale e umana del cambiamento.
All’inizio del film, la fragilità dei soci della “Cooperativa 180” è descritta secondo i canoni del vecchio modello assistenziale. I ragazzi sono sedati dai farmaci, vivono in un limbo di inattività e vengono impiegati in compiti ripetitivi (incollare francobolli). La fragilità, qui, è intesa come un limite assoluto, un vuoto da colmare con la contenzione. La rivoluzione del sindacalista Nello (Claudio Bisio, che si ripete in un ruolo già visto in altri film) sta nel cambiare radicalmente prospettiva. Egli non nega la malattia o la vulnerabilità dei soci, ma smette di vederle come un “marchio infamante”. Attraverso l’ascolto e la riduzione dei farmaci (concordata con il medico Furlan, interpretato da Giuseppe Battiston) si scopre che dentro ogni fragilità si nasconde un talento inedito. L’iperattività di uno diventa energia nel taglio del legno, la precisione ossessiva di un altro si trasforma nella dote perfetta per posare i tasselli di un parquet artistico. Il film ci ricorda che la fragilità non è un elemento da curare in isolamento, ma una componente dell’esperienza umana che, se adeguatamente compresa e gestita, può trasformarsi in una risorsa per l’intera collettività.
Tradizionalmente, abbiamo sempre immaginato il mondo dell’associazionismo diviso in due categorie rigide: da un lato i volontari (volonterosi e dotati di risorse) e dall’altro i beneficiari (le persone con fragilità o necessità). “Si può fare” demolisce questa barriera. Oggi, le associazioni, le reti, gli enti pubblici devono scoprire la co progettazione e la necessità di accogliere le persone con fragilità non come utenti passivi, ma come volontari attivi. Che si tratti di disabilità fisica, intellettiva, di vulnerabilità sociale o psicologica, la sfida attuale del volontariato è creare contesti in cui chiunque possa mettere a disposizione il proprio tempo e le proprie attitudini
Il film propone un cambio di sguardo profondo: dalla distinzione tra “chi aiuta” e “chi viene aiutato” a un’idea di inclusione attiva, in cui la comunità costruisce insieme e valorizza ogni contributo. Un tema che risuona con particolare attualità nel Terzo Settore e nei percorsi di co-progettazione.
La storia è anche liberamente ispirata all’esperienza della Cooperativa Noncello di Pordenone, una delle prime realtà nate in Italia per dare attuazione concreta alla riforma Basaglia attraverso lavoro, dignità e inclusione sociale.
A cura di Walter Mario Mattiussi
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