Moonrise Kingdom, l’avventura come scuola di vita ed il metodo scout

Moonrise Kingdom, l’avventura come scuola di vita ed il metodo scout

Nelle prime scene di Moonrise Kingdom, una fuga d’amore (2012), il regista Wes Anderson dipinge il campo estivo 1965 di un reparto di ragazzi scout sull’isola fittizia di New Penzance con la sua inconfondibile estetica (riconoscibile in ogni suo film): tende rigorosamente allineate, nodi marinari da manuale, mappe topografiche e uniformi impeccabili. Eppure, dietro le geometrie perfette il film racchiude un’acuta lezione di pedagogia, oggi più attuale che mai.

Il protagonista, il dodicenne Sam Shakusky, è la figura classica dell’”inadatto” agli occhi della società. Nell’ambiente scout trova però il suo riscatto: sa costruire un rifugio, orientarsi nel bosco, accendere un fuoco e prendersi cura di ciò che lo circonda. Quando decide di fuggire con l’adolescente Suzy, compie un atto di indipendenza che mette in crisi l’intero mondo dell’isola (adulti rigidi e incapaci di cogliere l’ascolto profondo di cui i giovani hanno bisogno).

Ogni anno troviamo sui giornali locali un appuntamento fisso: l’articolo d’effetto sullo “scout disperso nel bosco”, la polemica sulla disattenzione o il dito puntato contro l’imprudenza dei gruppi in montagna. Chi critica dall’esterno, da casa, dimostra di non conoscere a fondo la realtà del metodo educativo scout.

Come ricordava il fondatore Robert Baden-Powell: “Il vero modo di essere felici è quello di procurare la felicità agli altri. Procurate di lasciare questo mondo un po’ migliore di come lo avete trovato.”  Ma per imparare a camminare nel mondo, bisogna prima imparare a non cadere, e questo passa inevitabilmente attraverso l’errore. Dare autonomia ai ragazzi significa offrire loro la possibilità di sbagliare all’interno di un perimetro educativo sicuro: una “zona protetta” dove una bussola letta male, una tenda montata storta o una pioggia battente non sono tragedie, ma tappe fondamentali di apprendimento e maturazione. Azzerare il rischio equivale ad azzerare la crescita.

Il film mette in scena il contrasto tra il giudizio rigido (oggi tipico dai “leoni da tastiera”) e l’educazione non formale e di accompagnamento attraverso due figure chiave:

Il Capo Ward (Edward Norton): Incarna con delicata ironia la dedizione del capo-educatore scout volontario. Perfettibile, talvolta imbrigliato, ma animato da un affetto sincero per i suoi ragazzi e per farli crescere e maturare per diventare “bravi cittadini” nelle loro comunità. È lo specchio dei tantissimi capi educatori che ogni anno, all’interno del Terzo Settore, mettono a disposizione gratuitamente il proprio tempo libero, le ferie dal lavoro e risorse personali per prendersi la responsabilità di educare minori.

Il Capitano Sharp (Bruce Willis): Rappresenta l’autorità formale che scopre gradualmente l’empatia. Di fronte a un ragazzo “difficile” come Sam, non usa la forza né la punizione, ma sceglie l’ascolto, come fa ogni bravo cao-educatore scout. Lui comprende che la disciplina senza comprensione è sterile, offrendo a Sam proprio quella figura di riferimento di cui ha bisogno.

A oltre 120 anni dalla sua fondazione (1907), il metodo scout dimostra una vitalità straordinaria. I giovani d’oggi vivono immersi in contesti iper-strutturati, spesso protetti da un “adultocentrismo” che anticipa ogni ostacolo, ma li priva di veri spazi di autonomia reale.

Fidarsi di un ragazzo, affidandogli la legna per il fuoco, la bussola, la preparazione di un pasto o la cura del compagno più stanco, significa trasmettergli un messaggio potente: “Io mi fido di te”. È questa autonomia guidata a trasformare l’avventura in cittadinanza attiva. Un giovane che impara il rispetto per la natura, l’importanza del servizio di volontariato destinato alla comunità, il lavoro di squadra e l’attenzione all’interno di una comunità di pari, non sta semplicemente giocando: sta sperimentando in piccolo la democrazia, la solidarietà e la convivenza civile.

Moonrise Kingdom ci ricorda che i ragazzi non cercano adulti perfetti o autoritari, ma testimoni credibili capaci di camminare al loro fianco, come il capo Ward. In un’epoca segnata da fragilità post-pandemiche e da un crescente isolamento sociale, la lezione del film e della tradizione scout si convertono in un appello per tutto il Terzo Settore: restituiamo ai giovani il diritto di esplorare, di sbagliare, di sporcarsi le mani e di scoprire, attraverso il valore condiviso della solidarietà, che nessuno si salva da solo.

Il dietro le quinte

Per immergersi nell’atmosfera del film, Wes Anderson ha fatto vivere gran parte del cast in una vecchia casa nell’isola di Rhode Island durante le riprese. Il regista stesso si spostava sul set in bicicletta indossando abiti in stile anni ’60. Jared Gilman (Sam) ha dovuto imparare ad accendere un fuoco senza fiammiferi e a fare i nodi.

A differenza della maggior parte dei film girati in digitale o in 35mm, Anderson e il direttore della fotografia Robert Yeoman hanno scelto di girare in 16mm. Questa scelta ha donato alle immagini quella grana calda, nostalgica e leggermente “grezza” tipica dei filmati di famiglia degli anni ’60.

A cura di Walter Mario Mattiussi

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