La “Società della Neve” come modello di volontariato (Juan Antonio Bayona -Spagna, 2023)

Cinema e valore del dono

Dalla pellicola di J.A. Bayona (Spagna, 2023) alla quotidianità dell’impegno sociale: come la storia reale dei sopravvissuti uruguaiani ridefinisce il concetto di “dare tutto per l’altro” tra le nuove generazioni.

Esistono storie che il tempo non riesce a intaccare, ma che ogni generazione ha bisogno di riscoprire per ritrovare la propria rotta. In un’epoca di “valori liquidi”, come teorizzato da Zygmunt Bauman, abbiamo bisogno di narrazioni che puntino verso un Nord etico e comunitario. Quella del “Miracolo delle Ande” del 1972 è una di queste: il racconto di un aereo dell’aeronautica militare uruguaiana che, con a bordo una squadra di rugby, si schiantò sulla cordigliera. Dopo 72 giorni di isolamento, gelo e fame, solo 16 persone riuscirono a tornare a casa.

Sebbene la vicenda sia già stata trasposta sul grande schermo: I sopravvissuti delle Ande (Messico, 1976) di René Cardona e il celebre Alive – Sopravvissuti (USA, 1993) di Frank Marshall; è con La società della neve che J.A. Bayona compie un’operazione che va oltre il semplice remake. Il regista, già esperto nel raccontare la fragilità umana di fronte alla forza della natura (come in The Impossible), spoglia la vicenda dall’eroismo hollywoodiano e dai cliché del cinema catastrofico anni ’70. Il risultato è una verità più profonda: la sopravvivenza intesa come atto supremo di volontariato collettivo e invisibile.

Il successo del film risiede in gran parte nella scelta di attori giovani e quasi esordienti, uruguaiani e argentini, tra cui spicca l’intensa interpretazione di Enzo Vogrincic nel ruolo di Numa Turcatti. L’energia vitale e la vulnerabilità di questi interpreti trasmettono un senso di autenticità che parla direttamente ai loro coetanei. Numa diventa l’incarnazione del “dare senza ricevere”: pur non essendo un membro della squadra di rugby, si mette al servizio del gruppo fino all’ultimo respiro, diventando il motore morale della resistenza.

Il legame tra i sopravvissuti e il mondo del volontariato affonda le radici sul campo da gioco. Quei ragazzi erano membri dell’Old Christians Club di Montevideo e il rugby, per chi lo pratica, non è solo forza fisica, ma un’etica precisa: il sostegno. In questo sport la palla si passa indietro per avanzare insieme; sulle Ande, questa dinamica sportiva si è trasformata in dinamica di salvezza.

Nel mondo del volontariato odierno ritroviamo la stessa struttura: giovani che decidono di “sporcarsi le mani” non per gloria personale, ma perché consapevoli che nessuno si salva da solo. Il film mostra come la competenza di ognuno, dallo studente di medicina che cura le ferite, a chi inventa sistemi per sciogliere la neve o cuce sacchi a pelo con i resti dell’aereo, sia stata messa a disposizione della comunità. È questo il cuore pulsante del volontariato: mettere il proprio talento al servizio del bisogno altrui.

Il punto più delicato della realtà storica è il patto stretto tra i ragazzi: l’offerta del proprio corpo per la sopravvivenza dei compagni. Sebbene sia un caso limite, rappresenta la metafora definitiva del donare sé stessi per il bene comune. In una società che spesso dipinge i giovani come narcisisti o “chiusi negli schermi”, la risposta che arriva dalle Ande si riflette oggi in migliaia di ragazzi impegnati nelle mense per i poveri, sulle ambulanze, nelle periferie o nelle attività educative degli scout. C’è una fame di senso, un desiderio di appartenere a una “società della neve” dove l’altro non è un concorrente, ma un fratello da riportare a casa.

Basato sul libro omonimo del giornalista uruguaiano Pablo Vierci, che raccoglie le testimonianze dirette dei protagonisti, il film ha beneficiato di un lavoro di ricerca durato mesi. Bayona ha intervistato superstiti e familiari per garantire un realismo assoluto. Le riprese, effettuate in ordine cronologico, hanno costretto gli attori a una reale perdita di peso (Vogrincic è arrivato a pesare 49 kg) per rispecchiare il deperimento fisico dei sopravvissuti.

Un tocco di profonda commozione è dato dai cameo dei veri protagonisti del 1972: Carlos Páez interpreta suo padre (che lesse alla radio l’elenco dei sopravvissuti), mentre il medico Roberto Canessa appare nel ruolo del dottore che accoglie i ragazzi in ospedale dopo il salvataggio, Nando Parrado è un passeggero che esce dall’aeroporto e ci sono molti altri da scovare.

L’opera di Bayona, in definitiva, non ci chiede se saremmo capaci di sopravvivere a un disastro, ma ci pone una domanda più attuale: per chi saresti disposto a scalare una montagna? Ci ricorda che il volontariato non è un hobby, ma una necessità biologica e spirituale. Quei ragazzi tornarono a casa non perché erano i più forti, ma perché sono stati capaci di diventare, nel senso più puro del termine, i volontari l’uno della vita dell’altro.

A cura di Walter Mario Mattiussi

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