Lost in Translation – L’amore tradotto (Sofia Coppola, USA 2003)

Un viaggio interiore attraverso l’anima

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Viaggiare significa muoversi in un altrove che non è solo spaziale ma dell’anima. Ogni viaggio è anche un viaggio interiore. In entrambi i sensi, il viaggio è anche etimologicamente uno spaesamento.
Spaesato è Bill Murray/Bob, divo americano (sposato con una rompiscatole rimasta a casa) in Giappone per girare la pubblicità di una marca di whisky. Spaesato perché sempre gli americani in viaggio vivono quella situazione di vago stupore espressa dal titolo d’un libro di viaggi di Mark Twain: The Innocents Abroad, gli innocenti all’estero. Spaesato personalmente per la scoperta perplessa di una Tokyo che trova l’epitome della bizzarria. Spaesato, infine, a se stesso. Anche Bob è lost in translation: che ovviamente significa “perduto in traduzione”, ma anche “sperso nel trasferimento”. Tutto ciò è scritto dentro l’espressione finto impassibile, educatamente stanca, di Bill Murray.
Quando Bob incontra un’altra solitudine, l’americana Chalotte/Scarlett Johansson, giovane, intelligente, moglie trascurata di un fotografo perfettamente cretino, nasce una storia d’amore implicita e fantasmatica; alla fine, un bacio e poi la separazione.
Come nel bellissimo esordio di Sofia Coppola Il Giardino delle vergini suicide, l’alterità è irraggiungibile: là era la distanza del passato nella memoria, qui il peso del passato come condizione “già data”, e dunque l’impossibilità (o l’incapacità) di concretizzare il sogno.
Il viaggio, dunque; ma il viaggio è anche la stanchezza. Sotto il peso del jet-lag, il tema della mancanza di sonno attraversa il film, con Bob e Charlotte, che vivono di notte, girano per Tokyo, discutono stesi su un casto letto, guardano La dolce vita in tv con sottotitoli giapponesi (nota che anche quella di Anita Ekberg e Mastroianni è una scena di peregrinazione notturna). Questo non è gratuito. Nell’insonnia si crea uno stato di ottundimento e al suo interno di contemplazione, si potrebbe dire di risonanza, che provoca una deformata amplificazione dell’esperienza: quei momenti di sospensione e stupefazione che Sofia Coppola ha sempre amato.

Di Giorgio Placereani (note sull’autore)



📺 DOVE TROVARLO:

In streaming su Netflix, Sky, Apple tv, In dvd e blu-ray nelle mediateche

Citazioni

Charlotte: “Venticinque anni di matrimonio. Certo, fa impressione…”
Bob: “Se calcoli che dormi un terzo della vita, fai fuori di colpo otto anni di matrimonio e scendi a sedici. Sempre meglio di niente. Hai appena diciott’anni e ti sposi. Riesci a controllare le curve, ma l’incidente è sempre in agguato.”

Curiosità

Sofia Coppola aveva costruito il personaggio di Bob pensando a Bill Murray e insistette in tutti i modio affinché l’attore accettasse di interpretarlo. Aveva già speso un quarto del budget del film prima di essere sicura della presenza di Murray; senza sorpresa, dichiara che la sua accettazione fu un enorme sollievo.

Nella scena finale i due protagonisti si dicono qualcosa all’orecchio. In un intervista con Little White Lies in occasione dei 15 anni dall’uscita del film, Coppola aveva detto che «quella cosa che Bill sussurra a Scarlett fu una cosa tra loro»: serviva «semplicemente per prendere atto che quella settimana aveva voluto dire qualcosa per entrambi e che avrebbe influenzato il loro ritorno alla vita normale», continua. Quando le persone le domandano cosa dice la frase, Coppola risponde che le piace la versione di Bill Murray: «Che è una cosa tra amanti, e quindi io non aggiungo altro».

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